Convenzionalità della condanna di un giornalista per la diffusione di un identikit

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Nel dicembre 2011, un’inchiesta è stata aperta dopo lo stupro di diverse donne a Parigi e un identikit è stato redatto sulla base delle dichiarazioni della terza vittima. L’11 gennaio seguente, mentre le indagini proseguivano nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria, l’esistenza dello schizzo è stata rivelata da una rivista e, il giorno seguente, il quotidiano Le Parisien ha dedicato un’intera pagina a questa informazione, composta da tre articoli scritti dal ricorrente, uno dei quali includeva lo schizzo. Il 13 gennaio il giudice istruttore e il dipartimento di investigazione penale furono costretti a emettere un appello per i testimoni insieme a una fotografia del sospetto ricercato, che non corrispondeva all’identikit precedentemente elaborato e diffuso. Il 19 gennaio, il sovrintendente D… si lamentò con i suoi superiori per una violazione del segreto istruttorio. È stata aperta un’inchiesta per l’accusa di ricettazione per violazione del segreto istruttorio e successivamente è stato avviato un procedimento contro il giornalista di Le Parisien, che è stato riconosciuto colpevole dai tribunali nazionali e multato di 3.000 euro.

Nel suo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), il giornalista ha sostenuto che la sua condanna era contraria all’articolo 10 della Convenzione europea, che garantisce il diritto alla libertà di espressione, denunciando la mancanza di prevedibilità e necessità dell’ingerenza nell’esercizio di tale diritto. Da parte sua, il governo francese ha sostenuto che l’ingerenza era perfettamente legittima in base ai criteri stabiliti dall’articolo 10 § 2. La Corte di Strasburgo ha quindi dovuto analizzare la condanna penale subita dal ricorrente alla luce di questa clausola limitativa.

Nella sua risposta, ha esordito ricordando “l’importanza del ruolo dei media nella giustizia penale” e la necessità “di valutare con la massima cautela, in una società democratica, la necessità di punire i giornalisti che partecipano a un dibattito pubblico di tale importanza per aver nascosto una violazione del segreto istruttorio o del segreto professionale” (§ 38, cfr. CEDU 7 giugno 2007, Dupuis e altri c. Francia, n. 1914/02, Dalloz actualité, 18 giugno 2007, obs. J. Daleau; § 46, AJDA 2007. 1918, cron. J.-F. Flauss ; D. 2007. 2506 , nota J.-P. Marguénaud ; RSC 2007. 563, nota J. Francillon ; 28 giugno 2012, Ressiot a. c. Francia, nn. 15054/07 e 15066/07, § 102, Dalloz actualité, 13 luglio 2012, obs. S. Lavric; AJDA 2012. 1726, cron. L. Burgorgue-Larsen ; D. 2012. 2282, e oss. , nota E. Dreyer ; Légipresse 2012. 417 e obs. ; JS 2012, n° 123, p. 10, obs. G.D. ; Costituzioni 2012. 645, obs. D. de Bellescize ; RSC 2012. 603, obs. J. Francillon ). Poi prosegue elencando i criteri di legittimazione dell’ingerenza nel diritto alla libertà d’espressione, ossia la legalità (“prevista dalla legge”), la legittimità (perseguire uno o più scopi legittimi) e la necessità in una società democratica (ciò implica, in particolare, la proporzionalità dell’ingerenza agli scopi perseguiti). Verificando questi criteri, la Corte ha notato che l’interferenza era effettivamente “prescritta dalla legge”, trovando che il ricorrente poteva prevedere “in misura ragionevole” il rischio di essere perseguito ai sensi dell’articolo 321-1 del codice penale (cfr. paragrafo 41). Inoltre, alla luce dello scopo legittimo perseguito, la CEDU ritiene che l’ingerenza fosse basata sulla necessità di proteggere la segretezza di cui devono godere le informazioni relative allo svolgimento di un’indagine penale e, più in generale, di garantire l’autorità e l’imparzialità della magistratura e perseguisse quindi uno scopo di natura legittima (§ 44).

Sulla necessità dell’ingerenza in una società democratica, la Corte richiama i principi derivati dalla sua giurisprudenza e in particolare dalla sentenza Bédat (CEDU 29 marzo 2016, Bédat c. Svizzera, n. 56925/08, Légipresse 2016. 206 e obs. ; RSC 2016. 592, obs. J.-P. Marguénaud ), e verifica se sono stati rispettati dai giudici nazionali nella loro valutazione degli interessi coinvolti. Così, nota che: il ricorrente non poteva ignorare che l’identikit che aveva ottenuto era il risultato di un procedimento in corso; che aveva scelto di adottare un approccio sensazionalistico per la sua pubblicazione, “senza preoccuparsi della sua affidabilità o del suo effetto sull’indagine giudiziaria in corso, in spregio ai doveri e alle responsabilità dei giornalisti che l’esercizio della libertà di espressione comporta” (§ 54); che la presentazione dell’identikit “mirava soprattutto a soddisfare la curiosità del pubblico” (§ 58) e che le informazioni diffuse erano inesatte, non essendo quindi la pubblicazione di natura tale da alimentare un dibattito pubblico sulle indagini in corso; che l’autore “ha scelto di interferire con l’indagine, che si trovava nella fase più delicata dell’identificazione e dell’arresto del sospetto” (§ 61); che la natura e la severità delle sanzioni imposte non costituivano un’interferenza sproporzionata con il suo diritto alla libertà di espressione (§ 64). La Corte conclude da questi elementi che, alla luce del margine di apprezzamento lasciato agli Stati e del modo in cui i giudici nazionali hanno valutato il bilanciamento degli interessi in gioco, non vi è stata alcuna violazione della Convenzione.

La libertà di espressione giornalistica non può essere illimitata e la presente sentenza ricorda, in linea con le sentenze Bédat (citata) o Giesbert (CEDU 1 giugno 2017, Giesbert c. Francia, n. 68974/11, Dalloz actualité, 20 giugno 2017, obs. N. Devouèze; AJ pénal 2017. 447, obs. S. Lavric ; RSC 2017. 628, obs. J.-P. Marguénaud ), che alcuni principi etici devono essere rispettati per garantire l’esercizio di un giornalismo responsabile (cfr. § 52, in cui la Corte ricorda che la libertà di espressione dei giornalisti su questioni di interesse generale “è soggetta alla condizione che essi agiscano in buona fede in modo da fornire informazioni accurate e credibili nel rispetto dell’etica giornalistica”; cfr. not.., citato dalla Corte, CEDU, Gr. ch., 21 gennaio 1999, Fressoz e Roire c. Francia, n. 29183/95, § 54, D. 1999. 272 , obs. N. Fricero ; RSC 1999. 631, obs. F. Massias ; RTD civ. 1999. 359, obs. J. Hauser ; ibid. 909, obs. J.-P. Marguénaud ; RTD com. 1999. 783, obs. F. Deboissy ). Certo, il pubblico ha un interesse legittimo a essere informato e a informarsi sui procedimenti penali e gli articoli relativi al funzionamento del sistema giudiziario trattano un tema di interesse generale (§ 55, con riferimento a CEDU, Gr. ch., 23 aprile 2015, Morice c. Francia, n. 29369/10, § 124, Dalloz actualité, 13 maggio 2015, obs. O. Bachelet; D. 2015. 974 ; ibid. 2016. 225, obs. J.-F. Renucci ; AJ pénal 2015. 428, obs. C. Porteron ; Costituzioni 2016. 312, cron. D. de Bellescize ; RSC 2015. 740, obs. D. Roets ) ma la diffusione, in un’ottica sensazionalistica, di informazioni di un procedimento in corso, rivelatesi false perché non aggiornate al momento della loro pubblicazione e che hanno turbato lo svolgimento delle indagini imponendo la pubblicazione di una convocazione “ufficiale” di testimoni, non può essere legittimata in nome del diritto alla libertà di espressione.

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