Hai detto “community media”?

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Una categoria catch-all?

Si tratta quindi di delimitare il termine. Ed è qui che iniziano i problemi – legati alla difficoltà di definire cosa sia una “comunità”. L’espressione si riferisce generalmente ai mezzi di comunicazione portati e consultati da persone legate da una storia e una cultura comune – o da una comunità di interesse. Si tratta quindi di una molteplicità, difficile da quantificare con precisione, di media di formato e di pubblico molto diversi, ma spesso ridotti a una scala molto locale (in lingue regionali, per esempio), e talvolta più sviluppati – come JeWanda (130.000 abbonati), che si dichiara “dedicato ai giovani africani e a tutti coloro che sono interessati all’Africa da vicino o da lontano” (e in particolare la comunità camerunense in Francia), o più esplicitamente RCJ: “la radio della comunità ebraica”.

Ma è anche usato a volte per designare i media che non sono abbastanza bianchi, o che pretendono di essere di una religione o cultura non cristiana o non occidentale, anche se questi media non si rivolgono necessariamente a una “comunità” chiaramente definita – né sociologicamente né politicamente. A volte basta il solo criterio “razziale”, anche se non sempre viene assunto, come nel caso di certe testate di stampa femminile come Miss Ébène, che si rivolge alle donne nere ma che, nel suo sottotitolo, si presenta come “la rivista della donna moderna”, senza marcare la sua specializzazione nella bellezza nera (un modo, forse, di denunciare l’universalismo bianco che dilaga nelle altre grandi riviste di bellezza da Elle a Cosmo?).

Il termine “media comunitari” copre quindi una vasta gamma, con un criterio comune di nazionalità, etnia, cultura, religione… (presunto o attribuito), secondo la sua relazione con una “norma mediatica” bianca, occidentale, di tradizione cristiana – la massa è bene su France Culture.

Dove è la comunità nei media comunitari?

Secondo l’Unesco, a livello globale, i media comunitari sono “generalmente piccole strutture gestite dalla comunità, che dipendono dal sostegno locale, a volte sotto forma di pubblicità, ma più frequentemente manifestato attraverso donazioni e volontariato”. È chiaro che questa definizione non si applica quasi mai, con alcune eccezioni, ai media designati come tali in Francia. Questi grandi media comunitari operano secondo un modello commerciale, adattato al loro formato, dagli abbonamenti freemium (Asialyst, Zaman France) alle entrate pubblicitarie (BeurFM, BET France). Alcune piattaforme scelgono una formula mista, come nel caso di Nofi: sia media partecipativo che agenzia pubblicitaria che mette in risalto il “pubblico etnico” che raggiunge.

Quindi, i cosiddetti community media si posizionerebbero semplicemente su una nicchia commerciale? E se così fosse, questo li renderebbe meno legittimi?

Il caso è sorto intorno alla Black Entertainment Television (BET), che, molto attesa in Francia a causa del successo della sua casa madre americana, ha programmato il suo primo palinsesto senza una persona di colore a presentare o condurre uno show. Una scelta che ha dato luogo a una forte (e vittoriosa) mobilitazione degli interessati che si sentivano esclusi dai loro “propri” media. In generale, i media “comunitari” sono generalmente meno goffi, e cercano di associare e rendere visibile il loro pubblico attraverso testimonianze, contributi e reportage che valorizzano il loro pubblico.

Uno specchio meno distorcente

Perché è proprio questa la grande forza di questi media. Alle popolazioni minoritarie, invisibilizzate, stigmatizzate, restituiscono dignità, legittimità: danno valore alle loro notizie, rispondono ai loro problemi specifici, e offrono persino un contropotere, o almeno un rifugio quando le campagne diffamatorie dei media dominanti calano. In pratica, è più spesso dai media comunitari che arrivano le notizie, soprattutto sugli attacchi razzisti e xenofobi, o sui crimini di stato (soprattutto la violenza della polizia).

Questo perché il “soggetto” dei media mainstream è ancora e sempre l’uomo bianco (eterosessuale). Le cifre sono chiare: secondo il CSA Diversity Barometer (onda 2015), il 13% delle persone non bianche appare nei programmi di notizie. Inoltre, la loro rappresentazione mediatica è a dir poco selettiva: “la loro percentuale di coinvolgimento in attività marginali o illegali è quattro volte superiore a quella degli individui percepiti come ‘bianchi'”, sottolinea ancora il CSA.

Questo solleva la questione di come i media mainstream rappresentano il loro pubblico. Se non sembra esserci una coerenza diretta tra il pubblico di riferimento e le persone presenti in onda (visto che la famosa “casalinga under 50”, il target preferito dai pubblicitari, è ben poco presente sui set), il modo in cui si parla di certe popolazioni è comunque caratteristico. Rifiutare interi settori della società come minaccia di alterità non è mai senza conseguenze. Conosciamo il ruolo che i mass media possono giocare nel fomentare i pregiudizi xenofobi e razzisti. Meno studiato, invece, è l’impatto che la loro esclusione dal grande spazio di rappresentazione sociale che sono anche questi media mainstream può avere sulle persone interessate, in particolare sulla costruzione della loro identità.

Se i media comunitari, non più dei media politici minoritari, non possono costituire un contropotere in grado di opporsi ai media mainstream, essi offrono tuttavia una valvola, una boccata d’aria, uno spazio per esistere. Se non hanno la vocazione di apparire come media consensuali – la maggior parte di loro non esita ad affermare pregiudizi, a difendere norme e valori, anche se questo significa a volte provocare polemiche fuori e dentro le “comunità” a cui preferiscono rivolgersi – sono caratterizzati da una certa benevolenza, che è abbastanza assente dal resto della sfera dei media. Quest’ultimo continua infatti, anno dopo anno, a produrre un discorso su un’identità francese tradizionale bianca, maschile, eterosessuale, CSP+ e cristiana, in barba a tutti gli indicatori sociologici.

Una discrepanza che costituisce una questione mediatica che può essere riassunta (per quanto riguarda l’espressione di radio “africane” così diverse come Africa n°1, Fréquence Paris Plurielle, o Mangambo FM) dalla “ricchezza di essere portatore di identità multiple, e la difficoltà di condividerla in una società convinta della sua identità unica”.

Perché se è di moda, in un paese di cui ci piace celebrare la volontà di integrazione, condannare le derive comunitarie, i media che le alimentano non sono forse quelli che pensiamo.

Chloé Jiro

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