Parli il corso?

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ESPRESSIONI – “Fraté”, “aio!”, “il ne connaît plus la fougère” sono tutte parole ed espressioni quotidiane specifiche dell’isola della bellezza. Li conosci? Le Figaro vi propone, grazie all’Antologia delle espressioni corse di Fernand Ettori, di scoprirle.

Di Claire Conruyt e Alice Develey

Pubblicato il 21/10/2018 alle 07:00, aggiornato il 22/10/2018 alle 11:55

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“Dal profumo della sua macchia, da lontano, ad occhi chiusi riconoscerei la Corsica”, disse Napoleone Bonaparte. Due secoli dopo questa citazione, l’Isola della Bellezza non ha perso nulla della sua bellezza. Si può ancora sentire la sua fragranza nella sua lingua. E che lingua! Quella che si è nutrita a lungo dell’idioma e della cultura toscana, varia a seconda della regione in cui ci si trova. Come si dice, “In corsica, tanti paesi, tante usanze”, altrettanti paesi, altrettante abitudini.

Interiezioni “aio!”, espressioni “chi ha pane e vino può invitare il suo vicino”, parole del quotidiano “Salute”… Se a prima vista la sua ricchezza è inarrestabile, il corso è tuttavia una delle lingue in pericolo, secondo i criteri dell’UNESCO. “Le ultime indagini sociolinguistiche commissionate dalla Collettività Territoriale della Corsica stimano il tasso di trasmissione familiare al 2% e le pratiche bilingui nelle famiglie al 14%”, dice la linguista Stella Retali-Medori. Le Figaro propone una rivisitazione di queste parole e frasi dell’isola della bellezza, grazie all’Anthologie des expressions corses di Fernand Ettori (Petite Biblio Payot).

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● Cinque piccole parole della vita quotidiana

Si sente la parola fraté ad ogni svolta di strada a Marsiglia, eppure la parola deriva dal corso fratellu, “fratello”. Una pronuncia che richiama la sua etimologia. “Fratello” deriva dal latino classico frater. Da notare che se questo fratello viene dalla Francia continentale, sarà indicato con il sobrietto pinzutu, da pronunciare “pinsout”, che significa “a punta”.

Da dove viene questo nome curioso? Secondo Fernand Ettori, “nel XIX secolo, il corso si definiva opponendo due stereotipi nazionali, il lucquois (lucchesu) e l’appuntito”. La parola deriva da pinzutia, che significa “il paese appuntito”. In questo caso, la Francia. La sua origine è ancora oggi dibattuta: “Alcuni attribuiscono l’origine di questo soprannome al tricorno appuntito dei soldati di Luigi XV, altri al ”discorso appuntito” di una lingua il cui accento cade uniformemente sulla finale, dando un’impressione di secchezza.”

C’è un’interiezione il cui significato varia secondo il contesto: il famoso aio. Esempio: sei in ufficio e decidi di fare una pausa che si trasforma in una risata con i colleghi. Guardi il quadrante del tuo orologio e vedi che è appena passata un’ora. “Aio, dobbiamo andare al lavoro”. Qui, l’esclamazione si traduce in un “Beh, andiamo” o “torniamo a fare sul serio”. Ma può anche significare “Muoviti! Il suo antonimo, aspetta, significa “aspetta”.

Alcuni aggettivi si intromettono nelle frasi parlate in francese. Goffu significa “brutto” o ancora “stupido”. Si usa anche l’anglicismo “cool”, “divertente”, la parola corsa macu, “geniale”.

● Non conosce più la felce

Questa espressione è usata quando si parla di “emigranti corsi che, tornati nella loro isola, ignorano ciò che conoscevano molto bene prima della loro partenza”. Chiaramente, un individuo che ha dimenticato le sue radici. Ma allora, perché la “felce”? Secondo Fernand Ettori, “questo modo di deridere l’oblio della terra natale è nato in Castagniccia (Corsica nord-orientale) dove questa pianta è la vegetazione naturale più diffusa (…) la principale e quasi unica risorsa della regione.”

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● È muto come una narpia

Una narpia è una grande borsa di pelle di maiale per trasportare grano o castagne sulla schiena di un mulo. L’equivalente francese sarebbe “bête comme ses pieds” o “c’est une gourde”. Quest’ultima formula esiste anche in corso: hè una zucca. Dorma insucchitatu , “dormire un sonno profondo che svuota la testa come si svuota la zucca per fare una zucca”.

● Tanto vale cercare un chicco d’orobe nella farina

Ecco la versione corsa della famosa formula “Tanto vale cercare un ago in un pagliaio”. L’orobe, u mocu, è un piccolo seme, vicino alla veccia. In un altro contesto, l’espressione è usata per descrivere una persona astuta che non si fa prendere facilmente: “Cerca di provare che è colpevole! Si può sempre cercare di prendere un granello di orobe nella farina.”

● Scambiare fichi per sorbo

Questo frutto secolare è considerato nobile e il suo valore è, quindi, alto. A differenza del frutto del “sorbo”, un albero delle regioni temperate, che non è molto apprezzato. “Scambiare fichi per sorbo” è un’espressione che caratterizza un “affare da pazzi” e riecheggia la frase francese “prendre des vessies pour des lanternes”. Le vesciche si riferiscono a vesciche di maiale che una volta venivano gonfiate, essiccate e poi trasformate in un contenitore. Poiché le loro pareti erano trasparenti, una volta venivano usate come lanterne. La loro forma, per i dilettanti, era facilmente simile a quella delle lanterne.

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● Pensi di essere su un cavallo di bronzo?

Se una persona arrogante è troppo loquace, vantandosi dei suoi meriti e del suo talento, non esitare a tirarle addosso questa espressione. Efficace, si usa per “abbattere una persona pretenziosa”. La formulazione nasce probabilmente dalla statua equestre in bronzo che rappresenta Napoleone I circondato dai suoi fratelli sulla Place du Diamant ad Ajaccio.

● Non tollero una mosca sul naso

Il francese, invece, “non si fa pestare i piedi da nessuno”. Perché il corso favorisce il “naso”? Questa parte del corpo “è la sede dell’onore virile forse per l’analogia suggerita da Claude Duneton nel suo famoso La Puce à l’oreille”. C’è anche il proverbio Toccu lu nasu, persu l’onori, il naso toccato ha perso l’onore. “Nella società tradizionale, toccare il naso (o tirare la barba) era un grave insulto che rischiava di essere lavato via nel sangue”, spiega Fernand Ettori.

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